Torino, in 30mila per salvare la scuola pubblica

di Maria La Calce
La protesta contro il decreto Gelmini continua ad infiammare il capoluogo piemontese, e lo fa in modo pacifico, senza scontri ne violenze.
Il corteo che oggi, 17 novembre, ha attraversato le vie cittadine del centro, infatti, aveva tutte le sembianze di essere una festa di suoni, colori, voci. Hanno camminato, danzato, cantato ed urlato insieme circa 30.000 persone, di diversa estrazione e provenienza, di diversa età, ma tutte accomunate da un unico desiderio: riprendersi in mano la scuola ed in generale il diritto ad un’istruzione che sia di qualità.
«L’idea dello sciopero del 17 novembre, -come ci spiega Elena del coordinamento precari e lavoratori Cgl della conoscenza-, nasce in seno alla Cgl, rientrando all’interno di quelle iniziative che il sindacato aveva lanciato già nel luglio scorso. L’astensione avrebbe dovuto riguardare ancora una volta solo la prima ora di servizio, ma a Torino si è deciso di estenderla all’intera giornata. Nel capoluogo piemontese del resto questo sciopero coincideva con la giornata dello studente da tempo proclamata e con uno sciopero di quattro ore indetto dagli universitari. Si è colta così l’occasione per unire più voci di denunzia e malcontento, basti pensare che in una recente indagine è emerso che a Torino più di un terzo dei lavoratori della scuola sono precari».
A prendere parte alla protesta non è stato solo il comparto scuola della Cgl, ma erano presenti anche delegazioni di altre realtà confederali e gruppi autoconvocati di diversa natura come quelli a cui aderiscono genitori, delusi e preoccupati per le politiche messe in atto dal governo. Numerosi gli insegnanti, scesi in piazza al fianco dei propri studenti nel tentativo di rivendicare una scuola moderna, efficiente, al passo coi tempi e competitiva, ma soprattutto attenta a non ledere i diritti di lavoratori e studenti ed a garantire un’istruzione che non penalizzi l’Italia sullo scacchiere internazionale, ma che non la privi neppure, allo stesso tempo, della sua identità. Anche gli ATA hanno espresso il loro disappunto sia sul web, che per le vie cittadine.
«Ci sentiamo poco rappresentati e non abbastanza presi in considerazione,- ci spiegano Matilde e Rosa-, per questo è nato un gruppo su internet www.voceata.it , e per questo siamo oggi qui».
«Il nostro è un ruolo poco visibile, io, -incalza Rosa sono un tecnico informatico-, la riforma elimina tante sperimentazioni, taglia profili professionali, impoverisce la scuola di risorse e competenze».
«Siamo sempre meno,- continua Rosa, ma il lavoro aumenta e questo va a scapito non solo di noi lavoratori, ma anche dei ragazzi, meno personale ATA equivale a minor siciurezza».

«Le cose continuano ad andare male,- spiega Luca Bonomo del coordinamento lavoratori e precari scuola pubblica Torino,- un’ombra sinistra è proiettata sul futuro sia di chi è nella scuola che nell’Università, nonstante ciò è strano che non si riesca a comunicare realmente con il resto della società. I singoli sentono il problema in prima persona, ma tutti quelli che credono in una medesima idea di Paese non riescono comunque a coinvolgersi in un dibattito costruttivo e proficuo. La notizia dei finanziamenti alle paritarie, a fronte dei durissimi tagli alla scuola pubblica si limita solo a scandalizzare senza portare a reali prese di posizione e conseguenziali azioni».
Non ultima si leva la voce dei numerosi ricercatori che hanno preso parte alla manifestazione, portando al braccio un segno di lutto o sul petto un cartello con su scritto Ricerca indisponibile, ma indispensabile.
«Oggi la situazione é un disastro! Da una manifestazione come questa, interviene Giampiero Lombardi della facoltà di agraria,- ci aspettiamo visibilità, ormai da febbraio ci stiamo muovendo per avere un impatto sul governo, ma anche sull’opinione pubblica che continua a legare l’ Università esclusivamente a baroni e caste. Certo una riforma è indispensabile.
Il decreto Gelmini vorrebbe dare più potere ai privati, ma questo è devastante per facoltà come agraria, in cui la maggior parte dei finanziamenti arrivano dal pubblico. Ci interessiamo infatti di ambiente, settore per cui già ora i fondi che dovrebbero arrivare dallo Stato stentano ad essere convogliati. Si tratta del resto di un ambito che non ha immediata ricaduta economica figuriamoci per un privato.
Altro problema significativo è quello della pullulazione delle Università, siamo arrivati in Italia a 50.000 atenei di cui solo 35.000 circa sono pubblici. Le Università private non investono sulla ricerca.
Non dimentichiamo che nel Gelmini si parla solo di atenei statali, atteggiamento in linea con il governo che finanzia le scuole paritarie ma taglia sul pubblico.
L’attenzione ai precari, infine, è alla base. I precari danno linfa all’Università penalizzarli come si sta facendo equivale non solo ad eliminare la benzina, ma anche i pistoni che permettono all’intero ingranaggio di funzionare».

Torino, in 30mila per salvare la scuola pubblicaultima modifica: 2010-11-18T22:35:00+00:00da nogelmini2008
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